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    Marche: due borghi, due luoghi letterari

    2021-08-27 19:30

    Sara

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    Marche: due borghi, due luoghi letterari

    Le Marche sono una regione ricca di luoghi interessanti: dai borghi, alle città d’arte,  alle colline, al mare.

     

     

     

    Marche: due borghi, due luoghi letterari

     

     

    Le Marche sono una regione ricca di luoghi interessanti: dai borghi, alle città d’arte,  alle colline, al mare. Meta ideale per una vacanza, io le sto scoprendo negli ultimi anni, un pezzo per volta, quando mi capita di andare in sud Italia in auto e ogni volta mi fermo una notte per conoscere un nuovo posto ed esplorarlo.

    Quest’anno, durante il nostro on the road che ha toccato 4 regioni italiane, abbiamo scelto  come prima tappa Gradara, borgo di cui ho sentito molto parlare e che ero curiosa di vedere di persona.

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    Arrivati al nostro B&B La Magnolia, che si trova a 1,5 km dal borgo, lasciamo le nostre valigie e dopo due chiacchiere con il gentilissimo proprietario,  su suo consiglio decidiamo di arrivarci a piedi con una bella passeggiata. A dire la verità la tentazione di riposarci è tanta, perché, oltre ad essere stanchi per aver trovato parecchio traffico sulla strada, il posto è davvero carino: le camere pulite e dotate di tutto, c’è un piccolo 

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    portico dove faremo un’ottima colazione il mattino dopo, dove godere dell’aria fresca, e un panorama molto suggestivo sul Castello di Gradara. Ma la curiosità è tanta e partiamo! Arriviamo in paese e già il primo impatto ci piace: capiamo subito perché è uno dei Borghi più belli d’Italia e perché è stato eletto il Borgo dei Borghi nel 2018. E’ molto ben conservato, pulito, ben tenuto, notiamo immediatamente la cura nel conservarlo nel miglior modo possibile. 

    Si accede attraverso la porta Firau, o torre dell’orologio, ed è come entrare in un’altra epoca: una via principale, edifici medievali e una cinta muraria lunga 800 metri, di cui 400 percorribili, vi catapulteranno indietro di sette secoli, quando questa è stata costruita.

    La camminata è in salita ma porta direttamente al grande mastio del Castello e noi la percorriamo tutta osservando le botteghe e i ristoranti lungo la strada. Incontriamo anche una coppia di sposi che sembrano uscire direttamente dal Castello, come nelle fiabe! Le visite alla Rocca  si possono prenotare, se guidate, ma per la visita in autonomia, come nel nostro caso, non è necessario. Paghiamo il biglietto (8 euro a persona, gratuito sotto i 18 anni) ed entriamo.

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    La Rocca si erge su un colle alto 142 mt e nel corso dei secoli è sempre stata pressoché inespugnabile, grazie alla sua posizione di crocevia tra Marche ed Emilia Romagna. Costruita a partire dal XII secolo, ha visto governare alcune tra le più importanti famiglie italiane: Malatesta, Sforza e Della Rovere.

    Le stanze si susseguono una dietro l’altra, con cartelli esplicativi: c’è la stanza di Lucrezia Borgia, che per volere del padre venne data in sposa a Giovanni Sforza e si trasferì qui, ma nel 1497 il matrimonio venne sciolto.

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    Giovanni, contrariamente agli altri mariti della Borgia, ebbe salva la vita perché accettò di firmare un documento in cui ammise falsamente di essere impotente. Un altro Borgia visse qui, dal 1500 al 1503, il fratello di Lucrezia, Cesare. La stanza di Lucrezia è affrescata con colori che dovevano essere sgargianti, rimangono i resti di quelle pitture che danno l’idea di come dovevano essere belle quelle pareti.

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    Superiamo varie camere da letto, tutte molto belle e arredate, un tempo abitate da nobili rinascimentali, ma quella che più mi attira è la stanza di Francesca: proprio qui nel 1289 di consumò la tragedia che vide protagonista la giovane e Paolo Malatesta, suo cognato, fratello del marito Gianciotto. Francesca era stata costretta a sposarlo con l’inganno e per procura, ma si innamorò di Paolo, ricambiata. Dante parla dei due amanti nel V canto dell’Inferno e li colloca tra i lussuriosi, a causa della relazione clandestina che li vide protagonisti.

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    "Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona" Dante, V canto, Inferno.

    Leggendo dell’amore tra Lancillotto e Ginevra, i due si scambiano un casto bacio, ma ciò bastò al marito, che li vide e li trafisse con la sua spada. 

    Una storia tragica e coinvolgente, che da secoli appassiona e regala emozioni. Dedico un minuto in silenzio a questa stanza e provo a immaginare i due giovani che si scambiano sguardi innamorati e tentano di nascondere i loro nascenti sentimenti.

    In fondo che colpa hanno avuto? Solo quella di nascere in famiglie potenti, dove tutto era stabilito e non erano ammesse ribellioni.

    Finiamo il giro, fino al torrione dove si gode un panorama magnifico sulle colline circostanti. Usciamo e continuiamo l’esplorazione, fino alla passeggiata degli innamorati, che circonda le mura. Qui si trova anche il teatro dell’aria, dove ci sono spettacoli di falconeria, a cui però non partecipiamo. Ci fermiamo invece a cenare proprio lì di fronte, a “La taverna del luppolo”, consigliata per un’ottima cena a base di piadine, carne alla griglia e gustosissima birra artigianale.

    La serata è piacevole e dopo aver ammirato il castello illuminato ci dirigiamo verso il nostro B&B per riposarci e ricaricarci per un altro borgo il giorno seguente.

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    RECANATI

    Recanati è, come tutti sanno, il paese di origine di Giacomo Leopardi, poeta che ho amato moltissimo a scuola e vedere il posto dove tutto è nato è sempre stato un mio desiderio. Quale migliore occasione? Ci svegliamo, facciamo colazione e partiamo. Ovviamente per me non era sufficiente vedere solo Recanati, ma anche la casa dove è nato, cresciuto, e dove ha iniziato a comporre le sue opere. Le visite sono ben organizzate: visite guidate al mattino, libere al pomeriggio. 

    Prenoto una visita guidata alle 10.30  e non potevo fare scelta migliore. Arriviamo e mentre attendiamo il nostro turno sostiamo nell’ingresso della casa, che già preannuncia la sua bellezza. C’è un simpatico “angolo selfie” con il busto del poeta, come a voler consolare il visitatore del fatto che non è possibile fare fotografie all’interno. La casa infatti, è di proprietà degli eredi di Giacomo Leopardi, che discendono dal fratello e possiedono il copyright sulle immagini della casa. Palazzo Leopardi si affaccia sulla piazzetta del “Sabato del villaggio” e trovarmi lì è come una magia: mi sembra quasi di sentire le sue liriche mentre mi guardo intorno come incantata.

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    Il Palazzo non spicca per magnificenza (Giacomo era figlio di un conte) ma gli interni, bellissimi e ancora arredati, sono un susseguirsi di stanze dove l’anima del poeta sembra ancora qui, sembra non essersene mai andata. La biblioteca è quella che mi colpisce di più: ricchissima di volumi di ogni materia, la guida ci racconta che Giacomo li lesse quasi tutti, che conosceva benissimo il greco, che era insomma un bambino prodigio.

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    Studiò in casa insieme ai fratelli sotto la guida severa ma amorevole del padre. Ascolto attenta e me lo immagino correre da una stanza all’altra, oppure con la testa china sui libri ogni giorno, o ancora che osserva fuori dalla finestra mentre compone le sue poesie. Il percorso continua nel giardino della casa (l’unico dove è permesso scattare fotografie) e una specie di ala dove ci sono le camere da letto: anche qui una forte emozione ad osservare dove proprio Giacomo dormiva.

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    La visita finisce e, ancora incantata per ciò che ho appena visto, sosto un pochino sulla piazza, dove un’iscrizione richiama la famosa poesia “Sabato del Villaggio” e un’altra, proprio sull’edificio di fronte alla casa, richiama “A Silvia” a ricordare la casa della persona a cui è dedicata la famosa poesia. In realtà si chiamava Teresa e, contrariamente a quanto si crede, Giacomo non era innamorato di lei. Le dedicò questa lirica perché la giovane, figlia del cocchiere di famiglia, morì troppo presto e questa morte lo portò a pensare alla fragilità della vita e ai sogni infranti.

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    Il borgo è un altro esempio marchigiano di ottima conservazione e passeggiando sembra quasi di sentire la sua presenza, la sua aurea. Dietro di noi la Chiesa di Santa Maria di Montemorello, dove Leopardi fu battezzato, davanti a noi l’inizio di una passeggiata attraverso un viale, che conduce, oltre ad una magnifica vista sulle colline marchigiane, ad un’enorme targa che riporta il famosissimo verso: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, come a voler indicare che ci troviamo proprio sulla sommità del colle a cui il poeta fu tanto legato.

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    E’ giusto dedicare a questo luogo qualche minuto di pace e di silenzio, prima di concludere la passeggiata e respirare a fondo tutta questa poesia. Non è difficile immaginare lui, Giacomo che, seduto proprio qui, compone le sue liriche, le mie preferite e le più immense che abbia scritto:

    “Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
    E questa siepe, che da tanta parte
    Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
    Ma sedendo e mirando, interminati
    Spazi di là da quella, e sovrumani
    Silenzi, e profondissima quiete
    Io nel pensier mi fingo; ove per poco
    Il cor non si spaura. E come il vento
    Odo stormir tra queste piante, io quello
    Infinito silenzio a questa voce
    Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
    E le morte stagioni, e la presente
    E viva, e il suon di lei. Così tra questa
    Immensità s’annega il pensier mio:
    E il naufragar m’è dolce in questo mare”

    Leopardi – L’Infinito


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